Le lavoratrici e i lavoratori del Sanpaolo Imi Spa, riuniti nell’assemblea congressuale della Fisac-Cgil del comprensorio di Milano il 6 novembre 2001, approvano i seguenti ordini del giorno:

 

Come iscritte e iscritti della Fisac-Cgil del Sanpaolo Imi auspichiamo che il XIV Congresso della Cgil non si esaurisca con una semplice "conta" dei voti raccolti dalle due mozioni congressuali, ma diventi occasione per valorizzare le opinioni, i dubbi e le critiche emersi nel confronto con i lavoratori e gli iscritti. Così facendo avremo, tutti insieme, più strumenti per ricercare una rinnovata linea unitaria nella Cgil, organizzazione che non può sottrarsi alla riflessione critica ed autocritica dopo la crisi politica, a sinistra, dovuta al voto del 13 maggio, dopo i fatti di Genova del luglio scorso e dopo che l’11 settembre ha aperto nuovi ed inquietanti scenari internazionali (che rischiano di oscurare i risvolti conseguenti alle scelte politiche dell’attuale Governo).

Al di là dell’incontro del G8 di Genova, siamo obbligati a rielaborare le nostre analisi attorno ad un tema fondamentale come quello della globalizzazione (che ha visto dirigenti e strutture della nostra organizzazione impegnati sin da Seattle e Porto Alegre).

E’ in atto una liberalizzazione planetaria della circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali finanziari, alla quale dobbiamo rispondere con una battaglia per l’universalità dei diritti dei lavoratori.

Occorre discutere gli obiettivi di un’azione che punti a mutare il segno della liberalizzazione in atto e che costruisca un rapporto fra il movimento sindacale ed il "movimento di movimenti" detto "no global". Occorre ragionare attorno all’iniziativa necessaria per contrastare e modificare l’attuale processo di globalizzazione, per promuovere un "governo di tutti" dei processi mondiali, finalizzato alla "globalizzazione" dei diritti dell’uomo e della natura. Secondo noi anche la Cgil deve pronunciarsi: "un altro mondo è possibile".

Sul tema della difesa dei diritti salariali e normativi (con un governo di centro-destra che incarna le posizioni del padronato in tema di lavoro e di politiche sociali, e con scelte diverse di Cisl e Uil, premessa al tentativo di isolarci per meglio batterci) occorre una linea più che mai netta e chiara.

Le favole sulla flessibilità e la liberalizzazione dei licenziamenti individuali senza giusta causa come fonte di occupazione, la pretestuosa necessità di abbassare i salari nelle zone con più disoccupati, hanno incrinato in maniera sensibile il nostro rapporto con tanta parte del mondo del lavoro, in particolare con le donne e i giovani. La discussione sulla "fine del lavoro" nulla aveva a che fare con la necessità di governare la flessibilità del lavoro indotta dalle nuove tecnologie. Pertanto, bisogna continuare nella giusta, e qualche volta solitaria, battaglia per i diritti fondamentali e la dignità dei lavoratori, cercando il più possibile le alleanze sociali e politiche, senza mai rinunciare alla idealità che caratterizza la Cgil.

Dobbiamo inoltre ricercare, al di là del giudizio sulla concertazione che ci vede divisi nelle due tesi, una proposta in grado di essere obiettivo concreto e raggiungibile per il sindacato e capace di tutelare più efficacemente i diritti economici delle lavoratrici e dei lavoratori in una fase in cui, come succede da anni, gli andamenti dell’inflazione reale presentano incrementi che sono quasi il doppio di quelli programmati.

Per quanto riguarda la democrazia di Organizzazione, abbiamo bisogno di un maggior radicamento nel mondo del lavoro, a partire dall’estensione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, e di più democrazia partecipativa nella vita interna alla Cgil.

Relativamente al ruolo delle strutture di base ed alla conseguente necessità di accelerare lo spostamento delle risorse umane e materiali verso Aziende e Territori, e sottolineando che in questi anni tale progetto non ha avuto la necessaria concretizzazione, riteniamo non più rinviabile una radicale revisione del meccanismo e delle percentuali di distribuzione delle risorse (cosiddetta canalizzazione).

Si propone pertanto che, come avviene per tutte le altre categorie in Cgil, anche per la Fisac debba valere il principio della canalizzazione diretta, ponendo così fine ad una gestione delle risorse che privilegia le strutture centrali a scapito delle strutture periferiche, territoriali ed aziendali, in particolare delle piccole realtà.

Occorre procedere ad una "significativa" riduzione degli organismi dirigenti, limitando i numeri del Direttivo Regionale Fisac a massimo 100 componenti. L’esperienza del Direttivo di questi anni conferma, in modo inequivocabile, come organismi dirigenti ridondanti non siano in grado di rispondere al loro ruolo in modo efficace ed efficiente, facendo prevalere sempre più una pura funzione burocratica, come denunciato in più occasioni dai componenti uscenti del Sanpaolo Imi.

Bisogna favorire la crescita, la formazione e il consolidamento del gruppo dirigente, investire risorse nel campo culturale per affrontare la trasformazione (del settore e generale) in modo non subalterno agli indirizzi delle controparti.

Si ricolloca, di conseguenza, anche il ruolo del Direttivo Milanese: ridotto proporzionalmente nei numeri se sovrapposto al Regionale; ridefinito nei numeri e nei compiti se struttura fattivamente autonoma rispetto a quella Regionale.

 

Come iscritte e iscritti della Fisac-Cgil del Sanpaolo Imi vogliamo fare alcune considerazioni sulle vicende legate al Banco di Napoli.

Il risanamento del Banco di Napoli non deve avvenire solo attraverso una riduzione di personale, ma con un serio rilancio dell’operatività commerciale della rete.

Esprimiamo una forte preoccupazione per la cessione delle 2 filiali del SanPaolo Imi (Napoli ag. 10 e sportello della Marina Mercantile), a seguito delle disposizioni di Bankitalia che coinvolgono complessivamente 10 filiali.

Chiediamo alle Segreterie di Coordinamento aziendali di porre in atto tutti gli strumenti volti a far si che la cessione delle filiali non comporti automaticamente la "vendita" anche dei lavoratori e delle lavoratrici interessate.

FISAC-CGIL Sanpaolo Imi - Milano

 

Alcune note sul "Sanpaolo Imi"

In occasione dell’assemblea congressuale del Sanpaolo Imi di Milano, vogliamo portare una prima riflessione su fenomeni macroeconomici, scelte industriali ed organizzative della nostra Banca che vanno direttamente od indirettamente ad incidere sulla realtà lavorativa quotidiana di tutti i lavoratori. Le note che seguono vogliono essere soltanto un primo strumento di dibattito sindacale per capire scelte aziendali che si riflettono sull'organizzazione del lavoro.

Per anni si è spinto totalmente ed incondizionatamente il settore del risparmio gestito dal lato della raccolta e i colleghi della rete hanno risposto in maniera straordinaria.

Forse non si è spinto in maniera analoga sul lato dell'impiego professionale di questa raccolta: i rendimenti di quasi tutti i fondi e GPF della Banca si sono posizionati in coda alle classifiche nei confronti con la concorrenza.

Se nel breve termine il rapporto diretto del collega col risparmiatore può limitare fenomeni di fuga del risparmio verso la concorrenza, a medio termine occorre ridare fiducia a tutti i colleghi con prodotti mirati all’ottenimento di performance pari almeno a quelle dei più diretti concorrenti. La fase economica di recessione dopo l’11 settembre comporta anche uno spostamento dei risparmi verso le forme più tradizionali (Bot, Ccct). Si pensi che nel 2001 la raccolta netta dei Fondi è pari a zero (contro i 33 mld di Euro del 2000) ed inoltre il calo delle quote azionarie ha comportato una contrazione del patrimonio netto dei Fondi di quasi il 10%. Solo nel 2004 è previsto un ritorno della raccolta dei Fondi pari a quello del 2000. Occorre inoltre sviluppare nuovi prodotti meno costosi per contrastare il citato ritorno al fai-da-te con BOT e CCT, non disperdendo così il rapporto fiduciario collega-risparmiatore, e superare con adeguate iniziative la logica di concorrenza delle reti sorelle (Fideuram- ImiWeb ecc) sostituendola con logiche di collaborazione e complementarietà.

Negli ultimi tre anni metà del nuovo credito complessivamente erogato dalle banche di tutto il mondo è stato allocato ad imprese collegabili, direttamente od indirettamente, al settore delle telecomunicazioni.

Oggi le banche mondiali hanno in essere finanziamenti a società del settore per oltre due milioni di miliardi di lire.

Le difficoltà nello sviluppo delle nuove tecnologie (UMTS), la crisi in aree trainanti (Giappone ed ora USA), il forte indebitamento per l'acquisto delle nuove licenze e la concorrenza in più paesi tra le varie compagnie telefoniche hanno prodotto i primi segnali di attenzione: rating in calo per le società telefoniche, quotazioni azionarie a picco, passaggi a sofferenza delle prime consistenti somme (130.000 miliardi a livello mondiale), rinuncia a licenze UMTS già acquisite (vedi Norvegia).

La Banca ha partecipato (sia come quote acquisite da NHS che come attività di lending tradizionale) a quasi tutte le grosse iniziative in questo settore che ci sono state in Italia negli ultimi anni e risulta, a livello di sistema italiano, tra le più coinvolte nel settore in questione (cfr. research Intermonte Sec. 07/9/01). Perciò anche la nostra Banca potrebbe risentire dell'andamento negativo del settore dato che, anche in Italia, le compagnie telefoniche (Telecom, Omnitel, Andala, Wind, Blu) sono fortemente indebitate sia per le licenze UMTS che per scalate alle stesse società TLC (vedi Pirelli-Olivetti-Telecom).

Inoltre una sovraesposizione di affidamenti in un settore, tra l'altro in un momento così delicato, può causare anche riflessi negativi sul rating della Banca e sul corso del titolo azionario. Analoghe proccupazioni possono roguardare i settori più legati ai fatti recenti: operatori turistici, settore automobilistico, elettronica di consumo e beni di lusso.

Esperienze passate (per es. Montedison a metà anni '90) ci hanno dimostrato che occorre a volte saper resistere alle lusinghe " dell'essere sempre presenti comunque nelle grosse operazioni" e, soprattutto, che ogni affidamento di così ampio rilievo deve essere valutato con tutti gli strumenti forniti dall'analisi industriale e finanziaria e non "subito" solo per le pressioni degli sponsor (politici o grandi famiglie industriali-finanziarie).

In ogni caso, oltre a utili operativi limitati, dati i margini risicati che ci sono con questi clienti e con queste grosse operazioni, il rischio è di dover trasformare nel tempo i crediti in "partecipazioni forzose".

Nel corso di questi ultimi anni la rete ha avuto input di tipo estremamente restrittivo per quanto riguarda gli affidamenti.

L'applicazione della "Loan Policy" è stata gestita in maniera tale da provocare di fatto un restringimento nella concessione e nei rinnovi dei fidi, sicuramente anche oltre le impostazioni inizialmente previste dai vertici aziendali.

Le specificità del mercato italiano (bassa capitalizzazione delle società-forte presenza di ricavi "in nero" - tipologia di piccole aziende familiari) a nostro avviso non sono state tenute sempre nella giusta considerazione e spesso si è privilegiata una applicazione meccanicistica (merito di credito: garanzie e cash flow) della nuova politica creditizia.

A ciò si sono aggiunte logiche nell'applicazione di tassi, spese e commissioni che di fatto hanno privilegiato una ottica reddituale di breve periodo lasciando il fianco alle iniziative della concorrenza più agguerrita.

Anche l'adeguamento delle nuove facoltà di massima, non più legate all'incarico ma alla persona, possono di fatto incidere sull'erogazione del credito limitandone la portata e centralizzando le scelte decisionali nelle strutture di Area, che comunque andranno potenziate in termini di risorse e professionalità.

La costituzione delle "Filiali Imprese", se fatta non in base alle esigenze del mercato e dei clienti ma a logiche di tagli sui costi aziendali, può rivelarsi un ennesimo fallimento. Sicuramente il cliente medio non potrà e vorrà sopportare oneri logistici costosi in termini di tempo/denaro: se le Filiali Imprese saranno poche sul territorio, le distanze medie, col traffico odierno, si riveleranno un ostacolo quasi insormontabile per il legame di business tra Banca ed azienda. Invece oggi si ripropone con forza la necessità di rinsaldare i rapporti con la piccola-media impresa (in particolare con riguardo ai "distretti produttivi"), che spesso è in grado di reagire più velocemente alla crisi in atto rispetto alle multinazionali.

Solo lo sviluppo delle capacità professionali dei colleghi del settore crediti, che si ottiene soprattutto con più decisi e motivati investimenti sulla formazione, può costituire il fattore determinante capace di permettere il monitoraggio costante del rischio creditizio (che verrà accellerato dalla crisi) rafforzando nel contempo i rapporti tra la Banca e le aziende del territorio.

La scelta della divisionalizzazione ha provocato spesso incomprensioni e duplicazioni di attività tra le varie strutture, inoltre si è talvolta assistito a fenomeni di "scaricabarile" nella gestione dei clienti più complessi.

La riallocazione delle direzioni Corporate e Rete in capo ad un unico A.D. deve essere il primo passo per procedere ad una integrazione operativa che può evidenziare le rilevanti sinergie tuttora inespresse. Apparirebbe invece foriera di nuovi e più rilevanti problemi la già ventilata aggregazione nella "Wholesale Unit" (ipotesi di nuova società composta da Banca Imi, NHS, Banca Opi, Direzione Corporate) di più strutture operative con storie, esperienze e realtà diverse tra loro.