LA SCELTA PEGGIORE
Nel merito della vicenda della fusione Sanpaolo Imi Banco Napoli, avevamo la consapevolezza che tale processo avrebbe comportato una “razionalizzazione” del personale con conseguenze sugli organici del gruppo – di tutto il gruppo – ed eravamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità avendo però al centro alcuni obiettivi:
salvaguardia dei livelli occupazionali;
omogeneizzazione dei trattamenti economici e normativi tra tutti i lavoratori del gruppo;
eventuali operazioni di esodo, su base volontaria, accompagnate da nuove adeguate assunzioni;
mantenimento a Napoli di “strutture di valore” ad alto contenuto occupazionale;
il tutto all’interno di un piano di rilancio del gruppo che dia allo stesso tempo certezze ai lavoratori e una strategia di sviluppo complessivo.
In tal senso dunque non abbiamo mai partecipato a nessuna delle lobby aziendali che si affrontavano.
Dopo tante chiacchiere, dichiarazioni e anticipazioni giornalistiche il consiglio di amministrazione ha approvato le linee guida del rilancio (?) del gruppo che prevede:
la fusione per incorporazione del Banco di Napoli in Sanpaolo Imi entro fine anno con recuperi fiscali nell’ordine di 300 milioni di euro;
la gestione, in questa prima fase, del territorio meridionale sarà affidata alla costituenda Direzione territoriale sud;
nei sei mesi successivi verranno scorporate nel Nuovo Banco di Napoli, società ex novo unica banca retail del gruppo al sud, 600 filiali retail e poe del Banco + 100 filiali retail e poe Sanpaolo Imi nelle regioni Campania, Puglia, Calabria e Basilicata;
advisor finanziario dell’operazione JP Morgan;
sulla falsariga di Banco Napoli, seguirà l’incorporazione di Cardine anticipata al 2003 sul 2004 preventivato.
Questo approdo rappresenta un compromesso di basso profilo tra un populismo demagogico con forte potere d’interdizione e incapacità manageriale della proprietà che non sa quale via prendere e come rapportarsi al territorio, tutti prescindendo dagli interessi dei lavoratori, già mortificati da sacrifici economici e esodi massicci.
Dal punto di vista commerciale l’operazione nasce monca: già ampie perplessità ha destato il progetto delle filiali imprese, all’interno della capogruppo, con una segmentazione che costringe la clientela ad errare sul territorio; applicare tale modello addirittura a banche diverse, con diversi conti economici appare senza senso.
Rimane poi difficile capire la razionalità di un’operazione che continua a vedere i centri decisionali frantumati in tante direzioni generali o la razionalità di una rete che rimane, al di là delle diverse società, o proprio per questo, divisa nei servizi che offre.
Confermiamo così che tutto ciò ci appare un compromesso al ribasso che, nel dare un segnale di una presenza autonoma nel Mezzogiorno, in realtà ripropone una banca residuale, una spesie di hard discount di prodotti standard calati dall’alto con mera finalità di raccolta, senza una prospettiva strategica.
Ma un’organizzazione sindacale degna di questo nome si preoccupa delle ricadute contrattuali, lavorative e occupazionali.
La vera segmentazione (leggi gabbie salariali) che verrebbe fuori sarebbe quella tra lavoratori: coloro che rimarrebbero in Sanpaolo Imi (serie A), i lavoratori che confluirebbero nel nuovo Banco Napoli di provenienza Sanpaolo Imi della rete meridionale (serie B) e quelli storici del Banco Napoli (serie C), quando la sola fusione per incorporazione consentirebbe una omologazione contrattuale al più alto livello per tutti i lavoratori del gruppo senza discriminazioni e divisioni, anche in prospettiva.
Sui livelli occupazionali una banca a funzioni ridotte, senza respiro strategico, avrebbe conseguenze negative, non avrebbe capacità di espansione, per cui agli esodi dovuti alla razionalizzazione nel 2003 potrebbero aggiungersi esodi da mercato, qualche tempo dopo.
Del resto queste perplessità erano espresse pubblicamente dall’a.d. Iozzo, che ragionando su un’ipotesi di autonomia del Banco, comprensivo di sportelli Sanpaolo, parlava di “banca ghetto che si chiude”( Il Mattino 31/7/2002).
Fatte queste considerazioni, non possiamo che esprimere un giudizio fortemente negativo e di preoccupazione.
Riteniamo di dover mettere in campo tutte le iniziative per cambiare queste prospettive: per intanto la scrivente organizzazione riunirà i quadri dirigenti delle regioni meridionali già la prossima settimana e vi sarà, sempre nel mese di ottobre, la convocazione del Direttivo Nazionale, dovendo qualsiasi iniziativa avere un respiro non solo locale.
Napoli, 10 ottobre 2002
FISAC/CGIL
COORDINAMENTO SANPAOLO IMI
AREA SUDOVEST