Numero 4 – Settembre 2004
SPAZIO LIBERO
Giornalino mensile della Fisac/Cgil San Paolo Banco di Napoli
EDITORIALE
Se mai vi fosse stato bisogno di un ulteriore segnale dell’umore, delle
aspirazioni, dei bisogni, delle necessità dei lavoratori del credito, lo
sciopero del 10 settembre lo ha confermato forte e chiaro: vogliamo un recupero
salariale completo, senza riferimento a tassi d’inflazione manipolati in
partenza, vogliamo garanzie più certe nell’interesse della categoria e della
clientela, vogliamo sistemi incentivanti più equi e meno discriminanti, vogliamo
lavorare senza l’invadenza del budget ad ogni costo, vogliamo lavorare meglio,
con prodotti migliori e con maggiore preparazione professionale; in sostanza
vogliamo lavorare più tranquilli, in aziende che abbiamo contribuito a risanare
e rilanciare, come le semestrali (a cominciare da quella del Gruppo)
inequivocabilmente confermano.
In questa lotta, riteniamo, come lavoratori di San Paolo Banco Napoli, di poter
dare un valore aggiunto: ci battiamo per richiamare l’azienda alla
responsabilità sociale verso il territorio di riferimento, il Mezzogiorno, che
non va “spremuto”, ma che deve essere accompagnato nel suo sviluppo.
La determinazione e la tensione mostrate continueremo a tenerle vive: vi sarà
nei prossimi giorni un’ennesima tornata assembleare per preparare lo sciopero
regionale del 4 ottobre, decisivo per lo scontro in atto e dove, una volta in
più, dovremo mostrare forza e coesione.
IL SENSO DELLE PAROLE, IL SENSO DELLA MISURA
Nelle moderne grammatiche, contrariamente a quelle di un tempo più legate alle “regolette”,
molto si insiste sulla costruzione delle frasi, sui modi del linguaggio, sullo
“straripamento”, sul “travaso” dai linguaggi specifici, di settore a quello di
tutti giorni o delle contaminazioni tra un linguaggio specialistico ed un altro;
chiunque abbia un figlio in età scolare potrà verificare questa affermazione.
Il linguaggio militare, quello della guerra, è, secondo i testi di grammatica,
il più mutuato non solo da quello giornaliero ma anche da quello, più
specialistico, interno alle aziende: strategia, obiettivo, tattica, bandiera,
bersaglio, inquadramento, focalizzare, mirare, postazione, sono esempi di parole
di origine militare, ormai quotidiane, ma anche presenti in circolari o in
breafing aziendali.
L’aggressività della politica commerciale delle imprese, trova dunque sfogo,
anche formale nel linguaggio, abbrutendoci, poco alla volta, al conflitto
permanente anche sui luoghi di lavoro, dopo l’overdose di conflitti veri che
vediamo ogni giorno, a casa, in televisione.
Le nostre coscienze, ormai anestetizzate, non distinguono, non selezionano quasi
più le parole, ma, dalle filiali, arrivano segnali, piccole speranze: in tanti
ci hanno segnalato che, nel bombardamento (altra parola bellica) che ogni volta
bisogna subire sugli obiettivi, sulle crescite, sulle afi, nelle riunioni dei
mercati la parola più usata è ormai GUERRA.
Invitiamo i “fautori” aziendali della guerra alla riflessione, a ragionare sul
senso delle parole. Nel dizionario Garzanti della lingua italiana leggiamo alla
parola guerra: lotta armata tra due o più stati, o tra fazioni di uno stesso
stato; contesa, ostilità tra individui o gruppi. Se questo è, bisogna avere il
senso della misura, non è possibile, per l’ansia da risultati, evocare -
specialmente nel contesto attuale delle guerre guerreggiate - scenari bellici ed
esasperare oltre ai toni, anche i colleghi e poi… contro chi si combatte? chi è
il nemico? chi dobbiamo eliminare e con quali armi? Si potrà affermare che le
nostre preoccupazioni sono eccessive, moraliste; riteniamo di no, perché nelle
riunioni dalla parola guerra si è giunti al logico contorno della guerra stessa,
l’intolleranza verso gli altri. Infatti, affermare, nel parlare di classifiche
tra le varie aree del gruppo, che “….non si può essere secondi rispetto a gente
che respira aria di lago…” sconfina francamente nel razzismo e non possiamo, per
i valori di solidarietà, pace, tolleranza propri del movimento dei lavoratori,
tacere.
Di fronte alla firma di protocolli etici, di richiami alla responsabilità, ma
soprattutto di fronte alla tragedia vera della guerra - altro che budget
mancati! - tutti siamo chiamati ad atteggiamenti, ad azioni, a linguaggi più
corretti, più civili.
COSTITUZIONE EUROPEA E RISTRUTTURAZIONE SOCIALE
I mesi scorsi sono stati caratterizzati da due significative tappe dell’ormai
cinquantennale processo europeo: l’allargamento dell’Ue ad altri dieci paesi e
l’accordo sulla Costituzione Europea.
I due eventi hanno avuto una notevole enfasi mediatica. Il dibattito che ne è
scaturito si è concentrato sull’impatto che questi due avvenimenti avranno
rispetto alla costruzione di istituzioni politiche europee, in grado di far
pesare nella politica la stazza continentale dell’Europa.
L’allargamento ha anche accelerato, e sarà dunque funzionale a ciò, un processo
di ristrutturazione sociale, peraltro già in essere da parecchi anni, che
interesserà i lavoratori di tutta Europa e che potrebbe sgretolare anche
certezze consolidate.
Il padronato europeo intende sfruttare la possibilità di delocalizzare la
produzione per ottenere una compressione dei costi. E’ l’effetto della pressione
di economie a basso costo del lavoro come quelle dei paesi dell’Europa orientale
e della Cina che spinge ad una rimodulazione delle forze produttive. Uno studio
del Fondo Monetario Industriale stima che, per effetto dell’integrazione cinese
sul mercato mondiale circa il 2% della forza lavoro europea e americana potrebbe
essere costretta a cambiare lavoro.
Numerose vertenze sindacali sono state caratterizzate dagli elementi sin qui
esposti. All’inizio di quest’anno i dipendenti della Siemens sono scesi in
piazza per protestare contro la minaccia da parte aziendale di spostare la
produzione all’estero per migliorare la competitività aziendale. Dopo un lungo
braccio di ferro con il sindacato tedesco di settore Ig Metal il progetto di
delocalizzazione è stato ritirato, ma i lavoratori hanno dovuto accettare
l’allungamento della settimana lavorativa a 40 ore a parità di salario. Si
possono fare altri esempi del genere, come gli accordi che hanno interessato i
lavoratori della Bosch e la vertenza aperta in Opel.
Lo spazio che a queste vicende dedica la stampa italiana è significativo, in
quanto induce a presumere che temi del genere faranno presto parte del dibattito
politico-sindacale in Italia.
L’unica leva, che i lavoratori possono afferrare per fronteggiare questi
meccanismi contraddittori del mercato, è quella organizzativa, rafforzando cioè
la coalizione sindacale e avviando una riflessione sul carattere sovra nazionale
che essa dovrebbe assumere, visto che le tendenze del mercato hanno ormai questa
dimensione.
La logica puramente nazionale dei movimenti sindacali è dunque, alla lunga,
perdente: i lavoratori dovrebbero esplorare nuove (o vecchie) strade
internazionaliste per le loro lotte e le loro rivendicazioni.
OLIMPIA, OLIMPIADI – TRADIZIONE E MODERNITA’
Il giorno 18 agosto si è svolta, dopo circa 2300 anni, una gara sportiva nello
stadio antico di Olimpia per le XXVIII Olimpiadi moderne in Grecia: il lancio
del peso.
Le Olimpiadi antiche nacquero come momento di tregua e di pace tra le guerre di
allora, impegnando gli atleti, che erano anche guerrieri, nelle competizioni ad
Olimpia.
In quelle Olimpiadi la naturale tendenza dei guerrieri a primeggiare e a cercare
la “gloria” trovava pertanto sfogo nelle competizioni.
Lo sport a Olimpia era quindi vissuto come “metafora della guerra”, ma aveva
anche il pregio di onorare gli sconfitti, conferendogli allori e medaglie
insieme ai vincitori.
Dopo tanti secoli passati possiamo affermare che rispetto a tutto questo, in
effetti, poco è cambiato. Il rito della competizione tra gli atleti delle
Olimpiadi moderne è lo stesso di quello del passato. Si onorano i vincitori, si
onorano gli sconfitti.
Nelle Olimpiadi moderne la differenza col passato è che la vittoria è molto più
ricercata per l’esistenza di elementi “terzi” rispetto al concetto di
competizione espresso prima, parlo ovviamente della “spettacolarizzazione”
mondiale dei Giochi legata alla trasmissione televisiva che ne fa terreno di
coltura di interessi enormi legati alla presenza di “sponsor” e “pubblicità”,
che produce effetti devastanti per gli atleti e per le gare.
La gara avvenuta ad Olimpia in queste ultime Olimpiadi ha avuto però un
significato “diverso” e “speciale”.
Molti atleti, entrando nello stadio di Olimpia, hanno detto di provare una
sensazione strana e qualcuno di loro, esprimendo la sua intensa commozione, ha
affermato: “qui uno sente addosso i fantasmi degli atleti del passato”.
Il nostro parere è che gli atleti andati a gareggiare nel lancio del peso ad
Olimpia hanno sentito il peso di una “tradizione” ultramillenaria,
straordinariamente civile e profondamente umana che si perpetua: perché?
A questa domanda si possono dare molteplici risposte.
Per noi questa “tradizione” si salda magnificamente con le aspettative odierne
di pace e fratellanza tra i popoli, con la speranza che alle guerre si
sostituiscano sempre più situazioni che siano “metafore della guerra” e non
massacri e terrorismo, che ci sia “fratellanza e comprensione” e non “scontro e
intolleranza”.
In questo senso, la frase detta dall’atleta quando è entrato ad Olimpia esprime,
in modo perfetto, quanto la “tradizione” dei Giochi Olimpici sia “purtroppo”
anche una “modernità” del mondo attuale, più tragica di quella del passato.
Ad esempio di ciò, atleti U.S.A. e atleti dell’IRAQ partecipano ai Giochi
Olimpici ad Atene mentre ancora in IRAQ non c’è nessuna tregua né pace.
La Storia dell’Uomo è piena di situazioni del genere e questa non è la prima né
sarà l’ultima volta che certe cose sono dette, ma desideriamo però affermarle
ancora una volta perché ne conosciamo l’importanza, morale e politica, per il
futuro dell’umanità.
IN RICORDO DI MARLON BRANDO
Il monologo di Kurtz - Marlon Brando in "Apocalypse now" prima di essere ucciso.
" Ho visto l'orrore. Gli orrori che tu hai visto. Ma tu non hai diritto di
chiamarmi assassino. Non hai diritto di chiamarmi assassino. Hai diritto di
uccidermi. Hai diritto di farlo, ma non hai diritto di giudicarmi. E'
impossibile descrivere a parole che cosa sia necessario a quelli che sanno che
cosa vuol dire l'orrore. Orrore, L'orrore ha una faccia e dell'orrore devi farti
un amico. L'orrore e il terrore mortale sono i tuoi unici amici. Se non lo sono,
allora sono nemici di cui aver paura. Sono davvero nemici. Quando ero nelle
Forze Speciali - sembrano passati mille secoli - mi ricordo di quando siamo
entrati in un campo per inocularlo. I bambini. Abbiamo lasciato il campo dopo
aver inoculato nei bambini il vaccino contro la poliomielite, e un vecchio ci
correva dietro gridando. Non poteva vedere. Siamo arrivati, e loro erano già
venuti e avevano fatto a pezzi ogni braccio vaccinato. Erano impilati, una pila
di piccole braccia. E io mi ricordo… io.. io gridavo, piangevo come una nonnetta
qualsiasi. Volevo farmi saltare i denti, non sapevo cosa volevo fare. E voglio
ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo. E allora l'ho capito - come se fossi
stato colpito.., come se un proiettile di diamante mi avesse attraversato,
dritto, la fronte. E ho pensato, "Mio Dio, il genio di tutto questo, il genio
che farà questo! Perfetto, genuino, completo, cristallino, puro. E allora ho
capito che potevano sopportare questo - questi non erano mostri, erano uomini.,
addestrati alla guerriglia, questi uomini che combattevano con il loro cuori,
che hanno famiglie, che hanno bambini, saziati d'amore - che avevano questa
forza, la forza di fare questo. Se avessi avuto dieci divisioni di uomini come
questi, le nostre preoccupazioni sarebbero state superate molto in fretta. Devi
avere uomini moralmente forti e nello stesso tempo capaci di utilizzare i loro
istinti primitivi per uccidere senza sentimenti, senza passioni, senza giudicare
- senza giudizio. Perché è il giudizio che ci rovina.
Mi dispiace che mio figlio non abbia capito che cosa ho provato ad essere, e che
se fossi stato ucciso, Willard, avrei voluto che qualcuno fosse andato a casa
mia a raccontare tutto a mio figlio. Tutto quello che ho fatto e visto, perché
non c'è niente che odio di più del tanfo delle menzogne. E se mi capisci,
Willard, tu farai questo per me."
Anche Marlon Brando se ne è andato. Chi ama il cinema lo ricorderà sicuramente
in decine di altre grandi interpretazioni, io voglio ricordarlo in questa sua
piccola, ma grandiosa parte nel film Apocalypse now.
Perché, in tempi in cui la guerra non sembra mai avere fine in questo nostro
pianeta, le riflessioni di Kurtz - Marlon Brando sono sempre attuali, e, forse,
nel loro pessimismo assoluto, ci dicono che l'uomo è anche questo. Ci piacerebbe
molto, utopicamente, credere che l'umanità cambierà un giorno, che non ci
saranno mai più guerre, ma dobbiamo scontrarci con le folli visioni, dure come
macigni, di questo personaggio, che travalica il semplice contesto di un film
proiettato sullo schermo, per diventare paradigma del bene e del male negli
uomini, e dove la parola giudizio non spetta a noi esseri mortali.
GRAZIE MAMMA!
Uno dei sintomi della decadenza della nostra civiltà è la pubblicità della carne
Simmenthal, dove una bimba smorfiosa conclude dicendo: “Grazie mamma!”
Pensate, l’antenato del cibo pronto, facile e predisposto a qualsiasi aggiunta
di additivi, passati alcuni decenni, diventa un pezzo d’antiquariato, un
frammento della nostra memoria collettiva, un qualcosa di originario, di
genuino.
Per noi meridionali soprattutto, la mamma è sinonimo di ragù, di sartù, di brodo
ricco di grassi e di sostanza, di melanzane alla parmigiana, di casatielli. In
altre parole “Grazie mamma!” vuol dire ore di lavoro accanto ai fornelli,
“pippiate” lunghissime sul fuoco, pentoloni enormi di rame.
E invece…oggi la bimba finta della pubblicità ringrazia la mamma (indaffarata ed
iperattiva) per essere andata all’ipermercato, per aver aperto la scatoletta e
magari per aver aggiunto qualche foglio d’insalata ad un piatto colorato.
A quando seppelliremo piangenti il primo telefonino? Quando Umberto Eco
difenderà gli sms come apporto originario della civiltà occidentale? Quando
rimpiangeremo gli hamburger della Mc Donald?
Grazie mamma…ma questi pubblicitari la mamma l’avranno avuta davvero? E se sì,
il battipanni dov’era?
Redazione:
Giorgio Campo
Alfredo Conte
Antonio Coppola
Mario De Marinis
Antonio Forzin
Amedeo Frezza
Rosalia Lopez
Raffaele Meo
Italo Nobile
Maria Teresa Rimedio
Anna Maria Russo