La Fisac di Roma ha recentemente effettuato una giornata di seminario per analizzare, a sette mesi dall’intesa con Comune e Assicredito, i primi effetti della sperimentazione dei nuovi orari. Vi proponiamo la sintesi dell’intervento di Daniele Ranieri, uno dei Segretari della Fisac di Roma, che ringraziamo per il contributo fornitoci.

Risultati per ora deludenti:
L’analisi della Fisac di Roma

di Daniele Ranieri

Oggi che la gestione del tempo non è più percepita come elemento residuo rispetto ad altre priorità, bensì come un essenziale diritto di cittadinanza, gli orari vengono considerati materia di negoziazione, allo scopo di rendere la propria vita meno subalterna e stressante, quindi più autonoma e libera.

Comporre diverse e a volte contrapposte esigenze in materia di orari è il compito che abbiamo di fronte e dobbiamo perseguirlo attraverso la condivisione dell'obiettivo di uno sviluppo del tessuto produttivo della città e del livello occupazionale, insieme ad un miglior servizio alla clientela e attraverso il metodo della concertazione tra le parti sociali e l’ente locale e la contrattazione nelle aziende.

Seguendo questi ragionamenti abbiamo apposto le nostre firme sotto il Protocollo d’intesa con Abi e Comune di Roma, convinti tra l'altro che l’accordo sarebbe stato utile, in futuro, per l'intero nostro settore oltre che per la città di Roma. La lettura dei dati ci conduce però a giudicare deludenti i risultati fin qui scaturiti dal Protocollo siglato il 17 Marzo, e questo ci preoccupa molto.

Abbiamo sostenuto con convinzione l’iniziativa del Comune di Roma perché riteniamo necessario che il tema degli orari debba essere costruito nella realtà concreta anziché rimanere rinchiuso in dibattiti astratti o, peggio, ideologici; l’abbiamo sostenuta e la sosteniamo, quindi, perchè riteniamo che una efficace manovra sugli orari si possa fare soprattutto, anche se non esclusivamente, sul territorio. A livello centrale, nei Contratti Collettivi o in quelli Aziendali si possono contrattare gli ambiti, le quantità, le risorse tecniche, ma è nel territorio che s’incontrano le necessità delle aziende, della clientela, dei lavoratori, perché ogni realtà territoriale ha le sue caratteristiche economiche, le sue peculiarità produttive, le sue figure professionali e lavorative e ogni azienda di servizi tiene o dovrebbe tenere a radicarsi in ogni segmento di clientela tenendo conto di questi aspetti e dei bisogni espressi o potenziali di quel territorio. E’, insomma, quello che oggi viene definita la transizione verso una società post-fordista, dove sono i bisogni del mercato ad essere al centro e non prioritariamente le esigenze tecniche e produttive delle imprese. D’altra parte i lavoratori possono pensare di collocare diversamente la fascia oraria della propria attività lavorativa in base alle possibilità che quel territorio ha di soddisfare le loro esigenze.

Dopo aver considerato che da parte sindacale, salvo episodi circoscrivibili, c’è stata una buona disponibilità a trovare tutte le soluzioni possibili per affrontare il prolungamento degli orari, abbiamo analizzato i risultati dell'esperienza romana, e abbiamo cercato di capire il motivo di quest'esito deludente. Nel tentativo di fornire una spiegazione convincente abbiamo tenuto presente le obiezioni fatteci dalle Aziende mano a mano che si cercava di praticare i contenuti inseriti nel Protocollo d’intesa: le difficoltà tecnico-operative incontrate, specie nelle grandi aziende, la diversa sensibilità delle Direzioni spesso collocate in territori diversi dal nostro, i diversi gradi di autonomia delle Filiali locali.

Tutto ciò considerato, però, il convincimento che ci siamo fatti è che c’è stata una forte sottovalutazione del carattere innovativo dell’esperienza proposta con l’Accordo di Marzo. Non si è colto appieno, da parte di alcune Aziende, la possibilità di modificare il proprio rapporto con il tessuto produttivo urbano, la possibilità di svolgere un ruolo positivo di crescita economica; le aziende sembrano essere state mosse dalla volontà di non contrastare l’iniziativa del Comune di Roma piuttosto che da quella di cogliere l’occasione per sperimentare propri progetti di vendita. Questo giudizio non coinvolge tutte le aziende ma soprattutto quelle grandi.

La Banca di Roma, la più grande banca della realtà romana, presente con oltre 235 sportelli, ha aderito aprendo il Giovedì un solo sportello, cioé lo 0,5% dei propri sportelli, mentre il Credito Bergamasco con sede a Bergamo, ne ha aperti tre cioé il 60% degli sportelli che ha sulla piazza. La Comit e il S.Paolo di Torino, che hanno dopo la Banca di Roma il maggior numero di sportelli in città e che quindi esprimono un interesse e un coinvolgimento reale nel tessuto metropolitano, hanno aperto circa il 10/12% dei loro sportelli il Giovedì, mentre il Credito Emiliano ne ha aperti a Roma il doppio e lo stesso numero di sportelli li ha aperti il Banco di Napoli. Il Credito Italiano ha aperto un solo sportello su 51, che peraltro era già aperto prima della firma del Protocollo. Ciò dimostra come le aziende più piccole appaiono più agili e interessate alle novità .

Non è andata meglio per gli sportelli aperti di Sabato, la cui apertura era stata richiesta dalle Aziende stesse: ben quattro banche sono ritornate sui loro passi e oggi rimangono aperti in tutto 30 sportelli. Quasi la metà degli sportelli aperti ora il Sabato sono della Banca di Roma, che per aprire in questa giornata, aveva già firmato un accordo valido sull’intero territorio nazionale. C’è da notare che, alcuni di questi sportelli sono però situati in località la cui vocazione turistica è assai dubbia.

L’individuazione degli sportelli da aprire, soprattutto quelli del Giovedì, non sembra essere stata accompagnata da ricerche o scelte di mercato, da orientamenti tesi a favorire segmenti di utenza o porzioni di città, ma appare casuale, dettata, per esempio, come è stato detto in due casi alle Organizzazioni Sindacali, dalla disponibilità dei Dirigenti delle Agenzie a trattenersi oltre il loro orario. Si è spesso rilevata l'assenza di un'adeguata preparazione organizzativa (per esempio manca un piano di sostituzioni dei lavoratori anche per assenze programmate) nonché di un piano di pubblicizzazione efficace (ci si è limitati, il più delle volte, ad esporre dei manifesti all’interno della sola Agenzia interessata o a ricorrere a scritte pubblicitarie inserite negli estratti conto inviati alla clientela, sempre solo degli sportelli interessati).

A questo punto ci si domanda: ma perché le aziende fanno della flessibilità degli orari di sportello una battaglia, se poi al dunque si comportano in maniera contraddittoria? Perché insistere per inserire nel Contratto Nazionale una durata dell’orario di sportello in media con quello europeo, lo shopping day, l’apertura il sabato e perché ora richiedere la possibilità di collocare quella stessa durata di sportello tra le ore 7 della mattina e le 22 della sera, per poi mancare clamorosamente nel momento di sperimentare, anche se parzialmente tali possibilità?

Uno studio condotto dalla Banca d’Italia sulla redditività degli sportelli bancari afferma nelle conclusioni che il diffondersi di sportelli nuovi sul territorio mira spesso più a prevenire l’inserimento di concorrenti che ad offrire un miglior servizio e prodotti innovativi. Le Banche puntano ancora molto sui servizi tradizionali di sportello e le stesse novità informatiche, cioè gli sportelli automatici, l’home banking ecc. vengono utilizzate non tanto per la loro capacità innovativa, quanto per alleggerire di incombenze le filiali tradizionali. Così conclude l’autorevole studio: "Minori progressi sembrano emergere nel campo dell’innovazione di prodotto proprio ora che le prospettive di reddito sono sempre più affidate alle loro capacità di allargare il ventaglio dei servizi." Questa constatazione mette in luce i ritardi che il management bancario ha accumulato in fatto di definizione di politiche aziendali e di scelte strategiche.

Alla stessa conclusione giunge la ricerca compiuta dall’Università Bocconi di Milano e pubblicata su "Bancaria", la rivista dell’Abi. Nelle considerazioni finali si dichiara: "I rilevanti cambiamenti intervenuti sembrano sollecitare nelle banche italiane una capacità di reazione più orientata al presidio del mercato che a quello del prodotto, come sottolineato dalla carenza di politiche commerciali ben definite e diversificate per area geografica, ma sopratutto dalla mancanza di obiettivi chiari e articolati su segmenti di clientela sufficientemente differenziati sia settorialmente che territorialmente".

Continuando l’analisi dell’insediamento bancario lo studio della Bocconi giunge alla convinzione che questo non è governato da opzioni strategiche, bensì dal tentativo di ottenere una maggior copertura del territorio, funzionando questa anche da barriera all’ingresso nei confronti dei potenziali concorrenti. E’ un indirizzo politico definito "di ostruzionismo strategico": l’obiettivo sembra essere quello di aprire sportelli leggeri e flessibili e quindi a minor costo nel tentativo di vincere sulla concorrenza riempendo il mercato. Questo comportamento aumenta i margini di guadagno degli Istituti bancari, ma non aumenta la qualità del servizio reso né ne diminuisce il prezzo che invece dipende, in base alla nota teoria dei mercati contendibili, dalla aperta concorrenza di "potenziali entranti" pronti ad attuare la minaccia d’ingresso quando se ne presenti l’opportunità.

Secondo questi studi il sistema creditizio italiano si muove con l’obiettivo prioritario di proteggere il proprio mercato, secondo una logica di "oligopolio collusivo", piuttosto che ricercare l’ampliamento della competizione sulla base di strategie innovative di prodotto e di processo destinate ai molteplici segmenti di clientela individuabili anche su base geografica. Questa resistenza alla definizione di strategie innovative non rappresenta un fatto senza conseguenze, in quanto penalizza fortemente lo sviluppo economico delle imprese e degli utenti, e contribuisce a mantenere alti i prezzi dei servizi pur abbassando nel breve termine i costi aziendali. Tale atteggiamento spiega, a nostro modo di vedere, anche le resistenze a sperimentare modalità di vendita diversificate territorialmente (incluse le resistenze relative alla sperimentazione di orari di vendita diversificati); d’altronde è ovvio il legame che unisce il prodotto bancario, come in genere ogni servizio, alla sua accessibilità, specie in ordine agli orari.

Si è creato così un circuito vizioso in cui essendoci limitate innovazioni di prodotto viene meno la necessità di innovazioni sui livelli di accessibilità, a quel medesimo prodotto, da parte della clientela.

Insistiamo molto sulla carenza di una adeguata strategia di sviluppo e di politica commerciale delle Banche, perché in mancanza di essa la preoccupazione delle aziende di credito si focalizza quasi unicamente sull’abbassamento dei costi, in particolare in modo ossessivo su quello del lavoro e su riorganizzazioni interne miranti ad ottenere una maggiore produttività. Quest’ultimo aspetto, di per sé positivo, senza un orizzonte strategico chiaro rischia di concretizzarsi in un puro contenimento dei costi. Non sottovalutiamo la necessità di tenere sotto controllo i costi aziendali: comprendiamo che la necessità di ridurre pesantemente i costi è il principale modo di reperire i capitali necessari per porre riparo al sottodimensionamento e alla sottocapitalizzazione delle banche italiane. Il rischio che noi paventiamo è che in assenza di una lucida strategia commerciale si intacchino, nella foga del ridimensionamento dei costi, anche le possibilità di investimenti anch’essi indispensabili al rilancio aziendale.

Gli orari, a nostro modo di vedere, non vanno quindi visti come uno strumento di contenimento dei costi, ma come una delle opportunità utili per costruire una rinnovata strategia di sviluppo del settore in grado di accompagnare lo sviluppo economico del nostro Paese. Solo impostando questa strategia è possibile contemporaneamente rilanciare sia le aziende sia i livelli occupazionali e professionali del settore, creando il terreno più favorevole per la risoluzione di quelle crisi aziendali che incombono sul sistema bancario.

I Piani Regolatori delle Città sono lo strumento principe per mezzo del quale è possibile coniugare le esigenze dei diversi attori sociali con la necessità di un ordinato sviluppo economico e occupazionale sul territorio. Intendiamo quindi senz'altro proseguire la strada intrapresa, e chiediamo alle Aziende maggior coraggio, tale da superare i limiti che questa esperienza ha dimostrato finora. Noi dichiariamo il nostro interesse a confrontarci da subito, per agevolare soluzioni che possano ridare slancio a questa esperienza, favorendo anche i necessari cambiamenti da inserire nella prossima trattativa di contrattazione collettiva.

Nell’ambito poi dell’attività cittadina abbiamo già proposto che nella Consulta sui Tempi e gli Orari della Città (la cui vicepresidenza è stata assegnata significativamente all’Abi), si costituisca quanto prima quell’Osservatorio territoriale previsto dall’intesa di Marzo per effettuare un monitoraggio costante sulle difficoltà e le resistenze che incontrano le Aziende a sperimentare nuovi orari di apertura degli sportelli, al fine di agevolarne la rimozione.