Riproduciamo questi due interessanti
capitoletti tratti da "I tempi del cuore - lentezza e fretta
nella vita e nellamore" di Willy Pasini (Mondadori
1996).
La tirannia dellorologio
Eccolo qui il nuovo tiranno, il
tempo obbligato e spesso imposto. E il tempo sociale che,
come sostiene leconomista Jeremy Rifkin in Guerre del
tempo, è sempre più separato dal tempo biologico.
Il suo strumento di tortura è lorologio, che ha sostituito
il canto del gallo e il suono delle campane. Lintroduzione
del tempo sociale, che è eminentemente un tempo lineare antitesi
al tempo biologico, eminentemente un tempo circolare, ha
consentito progressi sbalorditivi allumanità ma ha creato
nuove ingiustizie sociali. Il tempo è stato gestito da chi aveva
il potere, la competenza e la cultura per usarlo: non solo per
ottimizzare il presente ma per anticipare il futuro. Numerose
ricerche socioligiche confermano che una delle maggiori
differenze fra le classi sociali riguarda proprio la sua
gestione: infatti mentre le classi agiate programmano il futuro e
quindi, inevitabilmente, anche il tempo altrui, quelle meno
favorite, incalzate dagli imperativi della sopravvivenza, possono
progettarsi solo nel presente o, al massimo, in un futuro molto
prossimo. Si ritrovano quindi nella stessa condizione dei nostri
antenati delle caverne, per i quali la sopravvivenza assorbiva
tutte le energie e impediva la programmazione del futuro.
Viviamo in una società "cronofaga", che divora le ore
sul quadrante dellorologio. E il tempo ci vola via,
diventando un tesoro irragiungibile e unossessione
permanente. "Fretta, fretta, fretta" sembra essere il
motto di molte persone che ci circondano, altrettanti conigli
bianchi preoccupati di essere puniti dalla duchessa. Una metafora
della nostra società che ci trasmette linguaribile morbo
della fretta. "Riprendiamoci il tempo" sembra essere
invece il grido di fine millennio. Forse non è un caso che
proprio dalloperosissima e puntualissima Germania venga un
segnale di controtendenza: a Berlino è stata fondata
lUnione per il rallentamento del tempo, che fra le sue
regole annovera la rinuncia allorologio almeno una volta la
settimana.
Fretta cattiva: la sindrome dello
straordinario
Ma chi ci ha imprigionato in questa
società della fretta? Anzitutto la produzione industriale, che
dalla fine dellOttocento a oggi ha trasformato la vita in
una grande catena di montaggio dove loperosità è una
virtù e la puntualità unesigenza. Le città si sono
sincronizzate sugli orari di apertura e chiusura delle aziende,
tanto che, ironizzava lo scrittore Ennio Flaiano, "nelle ore
di punta è diventato impossibile persino ladulterio".
Tempo tiranno, quindi, soprattutto quello del lavoro. E negli
ultimi anni, con lo spettro della disoccupazione alle porte, la
sottomissione alle lancette dellorologio è diventata, se
possibile, ancora più completa.
Eppure, rileva Rifkin nel suo ultimo libro, si lavora sempre di
meno perchè nuove tecnologie accellerano i tempi di produzione.
La conseguenza è stata una netta polarizzazione nel mercato del
lavoro: da una parte, unélite di tecnocrati,
impegnatissima, che fa troppi straordinari; dallaltra, una
massa crescente di disoccupati, sottoccupati, espulsi dalle
grandi aziende multinazionali, lavoratori in mobilità o in cassa
integrazione, messi fuori gioco dalla progressiva automazione
dellattività produttiva. Allora chi sono gli schiavi
dellorologio? Manager, dirigenti, liberi professionisti, ma
non solo. Un sondaggio compiuto presso la Fiat ha confermato che
quattro impiegati su dieci "subiscono" il tempo del
lavoro e si fermano oltre lorario contrattuale. Benché
ciò sia causa di stress e di disturbi psicosomatici, prevalgono
gli imperativi di tipo etico (bisogna essere laboriosi!) o di
opportunità (lazienda giudica i collaboratori in base alla
loro disponibilità e non solo in base ai risultati). In un
periodo in cui la disoccupazione è superiore al 10 per cento,
quindi, la paura del licenziamento è più forte della rabbia per
il tempo "subìto".
Questa sindrome è spesso chiamata "giapponesite", ma
anche a New York non si scherza. Di recente, durante un viaggio
in aereo,un amico dirigente mi diceva che la mattina dopo avrebbe
partecipato non solo alla colazione di lavoro delle 8, ormai
istituzionalizzata, ma anche a una preriunione delle 7, per
preparare quella successiva! La cosa paradossale è che, pur
avendo preso il velocissimo Concorde, nel traffico di New York ha
perso due delle tre ore guadagnate con laereo supersonico.
Insomma, sembra delinearsi un primo stereotipo: la fretta
cattiva. Il rampantismo degli anni Ottanta, riassunto dalla
formula "rapido è bello", è ormai relegato
nellambito manageriale, mentre una fascia sempre più
estesa della popolazione è infastidita dal tempo imposto e dal
tempo perso. E sono molti coloro che cercano di mettere in atto
strategie per opporsi alla dittatura del tempo. Anche perché i
veri nuovi ricchi sono proprio coloro che non hanno
lossessione dellorologio.