35 ore: le mie perplessità

di Alessandro Battistelli

 

"I problemi più complessi hanno soluzioni semplici, facili da comprendere e sbagliate."
Legge di Grossmann

L’accordo tra il Governo e Rifondazione Comunista ha prodotto l’ormai famoso accordo sulle trentacinque ore. Sulla scia delle decisioni francesi l’Italia si incammina su una strada irta di difficoltà, mentre già fioccano giudizi apocalittici da parte delle organizzazioni imprenditoriali.

Non c’è dubbio che l’effetto positivo di una misura del genere sull’occupazione resta tutto da dimostrare. Settori che risentono in misura forte della concorrenza internazionale potrebbero subire ricadute negative proprio sui posti di lavoro. Detto questo, l’invito della Confindustria a rigettare l’esempio francese, nefasto sul piano occupazionale, e ad imparare dai paesi anglosassoni lascia perplessi per più di una ragione.

L’esempio degli USA sembra stiracchiato. l’Italia e gli Stati Uniti sono paesi diversi per struttura sociale, dimensione economica e territoriale, densità della popolazione, storia e composizione etnica. Per confrontare dati occupazionali omogenei bisognerà pur tenere conto che la popolazione carceraria degli USA è venti volte superiore a quella italiana in termini assoluti e quintupla in termini relativi. In America vengono ‘occupate’ in prigione novecentocinquantamila persone in più che in Italia; i lavoratori a tempo parziale sono circa il venti per cento, quattro volte più che in Italia. L’abissale distanza tra i tassi di disoccupazione dei due paesi si accorcerebbe un poco se rettificata alla luce di queste elementari considerazioni.

Se il raffronto con gli Stati Uniti è forzato, l’invito a seguire l’esempio inglese appartiene invece alla mitologia economica.

Negli ultimi 20 anni la Gran Bretagna ha regolarmente registrato tassi di crescita inferiore alla media dell’Europa continentale; solo negli ultimi due anni, approfittando delle politiche economiche restrittive richieste dalla convergenza per l’Euro, ha realizzato un dato migliore. L’inflazione rimane addirittura più che doppia di quella italiana, i tassi di interesse sono i più elevati del mondo occidentale. L’unico aspetto economico che l’Italia può invidiare ai sudditi di Sua Maestà è il debito pubblico,metà di quello, abnorme, consueto dalle nostre parti. E tuttavia, pur in presenza di tale vantaggio, la Gran Bretagna è ben lontana dal realizzare un avanzo primario (deficit annuo al netto della spesa per interessi) paragonabile a quello italiano. Non si può inoltre sostenere che vent’anni di liberismo abbiano reso l’economia britannica più competitiva. Il deriso Giappone e le esecrate economie dell’Europa continentale (Germania, Italia e Francia) mantengono saldamente il primo, secondo terzo e quarto posto nella speciale classifica dell’avanzo della bilancia commerciale. Viceversa la Gran Bretagna è un paese importatore, per non parlare del cronico disavanzo commerciale americano.

La discussione sulle trentacinque ore dovrà essere profonda e seria, se si vorranno evitare illusorie scorciatoie ideologiche; questo vale sia per i nostalgici della pianificazione centralizzata sia per i custodi della purezza del libero mercato. La programmazione non funziona, il libero mercato da solo non assicura il paradiso.