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Lettera aperta ai colleghi dell’Area Sud Est

Nello scorso mese di aprile, durante un capillare ciclo di assemblee effettuato insieme agli amici delle altre Organizzazioni Sindacali, abbiamo avuto modo di discutere insieme dei temi che avevano portato tutti i Sindacati alla proclamazione dello sciopero generale del 16 aprile. Abbiamo parlato di diritti della persona, di fisco, di previdenza, di quanto, insomma, avrebbero inciso sulla nostra vita di cittadini/lavoratori le riforme previste dalla Legge Delega.

Eccezionale è stato il Vostro coinvolgimento ed il Vostro contributo di idee, esposte in molti casi con passione tale da protrarre le assemblee ben oltre le canoniche ore 17. Altrettanto eccezionale è stata la partecipazione allo sciopero che ha visto milioni di persone scendere in piazza, in una delle più grandi manifestazioni che la storia sindacale ricordi, a difesa delle ragioni che tutti i Sindacati sostenevano. Abbiamo condiviso questa giornata con giovani, lavoratrici, lavoratori, pensionati e con tanti cittadini che non hanno un rapporto diretto con il Sindacato ma che sanno quanto siano importanti politiche di protezione, di tutela, conoscono quanto i diritti sono sostanza delle libertà, della coesione sociale e dunque della democrazia. Ebbene, in quella fase ed a vari livelli, nelle nostre assemblee, nei discorsi dei leader sindacali, nei volantini unitari, un elemento appariva incontrovertibile: mai e poi mai il Sindacato avrebbe accettato qualsiasi riduzione delle tutele per i licenziamenti senza giusta causa e mai, pertanto, avrebbe accettato una trattativa che avesse previsto qualsivoglia modifica all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Altrettanto incontrovertibile è stato il mandato ed il patto sottoscritto simbolicamente tra lavoratori e Sindacato: ferma opposizione a qualsiasi forma di abbassamento delle tutele individuali dei lavoratori attuali e futuri, ivi compresa la subdola e pericolosa modifica alle norme sull’arbitrato, "cavallo di Troia" per arrivare alla negazione dei diritti anche per i lavoratori in servizio. Tutti eravamo nelle assemblee, tutti abbiamo letto quello che si è scritto, tutti abbiamo sentito quello che si è detto.

Cofferati 23/3/02: "Una trattativa sui temi del mercato del lavoro può essere iniziata soltanto se vengono stralciate le norme che cancellano i diritti legati all’art. 18".

Pezzotta 11/8/01: "La CISL è contraria a rivedere l’art. 18, lasciamolo stare". 17/12/01: "L’articolo 18 non è oggetto di trattativa".

Angeletti 18/8/01: "L’art. 18 non si tocca perché non c’entra niente con le esigenze di maggiore flessibilità ma serve a garantire i lavoratori che vengono licenziati senza giusta causa, dunque è un diritto sacrosanto".

Veniamo ora ai giorni nostri. Il 31/5 il Governo sposta dalla Legge Delega (848) ad un Disegno di Legge (848 bis) tutte le previste modifiche all’art. 18 ed all’arbitrato specificando, qualora ce ne fosse stato bisogno, che non trattasi di stralcio come richiesto dai Sindacati, ma solo di uno slittamento temporale, in modo di dar tempo alle parti sociali di "concordarne" le modifiche entro il 31/7, in caso contrario avrebbe proceduto unilateralmente. Vengono istituiti quattro tavoli di trattativa su lavoro, fisco, sommerso, mezzogiorno. La CGIL rifiuta di firmare il protocollo che prevede tempi, modi ed argomenti del confronto (sottopostole, peraltro, solo pochi minuti prima) e rifiuta di sedersi al tavolo del lavoro ove si sarebbero discusse le modifiche all’art. 18, rispettando così il patto contratto con milioni di persone. CISL e UIL, invece, firmano il protocollo e decidono di sedersi al tavolo. In quel momento, il Governo raggiunge uno dei suoi principali obiettivi: dividere il Movimento Sindacale.

I Segretari Generali di CISL e UIL, in questi giorni stanno negoziando su temi per i quali si era deciso insieme che non c’era disponibilità a trattare. Un accordo è già nell’aria. Si ipotizza, in via sperimentale, di non applicare l’art. 18 ai dipendenti di quelle aziende che assumendo, superino i 15 dipendenti. Se ciò accadrà salterà il principio di eguaglianza tra i lavoratori ed anche tra le aziende con lo stesso numero di dipendenti. Si aprirà la porta attraverso la quale potrà passare l’estensione delle modifiche all’art. 18 per tutte le imprese. Peraltro, l’esperienza legislativa del nostro Paese insegna che ogni volta che si è modificato in via transitoria e provvisoria un istituto, quasi mai si è tornati indietro: con il passare del tempo, e qualche proroga giustificata e giustificabile, la modifica diviene prima o poi definitiva e totale. Un’altra considerazione, sempre derivata dall’esperienza legislativa italiana, è che le modifiche introdotte solo per alcune categorie ben determinate, vengono in breve tempo estese a tutta la popolazione di riferimento. La nuova norma, così concepita, non sarebbe quindi di modesto significato, si tratterebbe infatti proprio di quel "cuneo" che voleva Confindustria, quel "buco nella diga" come l’ha definito D’Amato, che dovrebbe consentire di far crollare la diga stessa. Inoltre, il combinato disposto tra la nuova norma sui licenziamenti e la prevista modifica che estende in larga misura la possibilità di cessione dei rami d’azienda, consentirebbe all’imprenditore di aggirare in piena legalità l’applicazione dell’art. 18 anche per i dipendenti già in servizio attraverso operazioni di scorporo di attività. Che dire poi della proposta in discussione per cambiare la Legge che vieta l’interposizione fittizia di manodopera e che legalizzerebbe il caporalato? (e noi del sud ne sappiamo qualcosa!).

Noi riteniamo che i Segretari Generali di CISL e UIL stiano commettendo un grave errore strategico nel condividere un’operazione che aprirà una breccia finalizzata a modificare profondamente il diritto del lavoro verso contenuti di estrema flessibilità ed arbitrarietà.

D’altro canto, il prezzo pagato da Governo e Confindustria per queste concessioni appare assolutamente risibile: 700 milioni di Euro per gli ammortizzatori sociali, ma anche in questo caso ricordiamo di aver sentito tutti affermare che ne occorrevano almeno 10.000. Fermo restando che per la CGIL (e sino a qualche giorno fa anche per CISL e UIL), la dignità della persona non è in vendita, riteniamo che il mondo del lavoro in Italia abbia bisogno di ben altri provvedimenti. Abbiamo ancora una volta usato la parola "dignità". Siamo stati criticati noi della CGIL, perché a proposito della difesa dell’art. 18, spesso usiamo l’espressione "dignità negata". Noi continuiamo ad usare questa espressione perché non parliamo di rinuncia ad una condizione materiale, non si tratta di chiedere ad una persona di rinviare nel tempo il soddisfacimento di un proprio bisogno (quante volte abbiamo sottoscritto contratti ed accordi chiedendo sacrifici ai lavoratori). Si tratta, invece, di privare una persona del proprio reddito e del proprio lavoro senza una ragione, questo per noi è ledere la dignità della persona.

Per di più, oltre allo stralcio delle modifiche all’art. 18, avevamo richiesto con lo sciopero del 16 aprile di aprire un confronto mirato a modificare le pesanti decurtazioni previste sulla contribuzione previdenziale per i neo assunti ed a rivedere una riforma fiscale che annulla il principio della progressività.

Ebbene, la previsione di ridurre i versamenti contributivi per i neo assunti, comprensiva dello "scippo" del TFR da versare obbligatoriamente nei Fondi Pensione, non è stata ritirata, ma semplicemente è stata eliminata dal tavolo delle trattative in quanto seguirà il normale iter parlamentare. Anche su questo eravamo tutti d’accordo nel valutare che questa norma andava necessariamente modificata in quanto, oltre a ridurre enormemente le future pensioni dei neo assunti, creerà (secondo i calcoli INPS) dei pericolosi buchi già per chi andrà in pensione tra qualche anno.

Per quanto riguarda il fisco abbiamo sentito dire da tutti i leader sindacali a gran voce nelle piazze che questa riforma andava cambiata in quanto avvantaggiava spudoratamente i ceti più ricchi a scapito dei meno abbienti, come un Robin Hood alla rovescia, in quanto la forte riduzione delle entrate avrebbe dovuto essere compensata con un progressivo smantellamento dello Stato Sociale. Ebbene, anche sul fisco, al tavolo, la trattativa verte su criteri generali, lasciando al Ministro Tremonti le decisioni vere.

In sostanza la piattaforma sindacale è stata buttata in un cestino ancor prima di cominciare.

Ma abbiamo ancora un’altra preoccupazione di cui vogliamo parlarvi. E’ il fantasma che aleggia sui tavoli della trattativa: la previsione di creare i cosiddetti "Enti Bilaterali", organismi composti pariteticamente dalle Associazioni Datoriali e dalle Organizzazioni Sindacali cui sarebbero demandati compiti dello Stato – collocamento, lotta al sommerso, certificazione contratti di lavoro, ecc…- il tutto sostenuto da ricchi finanziamenti pubblici. Si realizzerebbe una "mutazione genetica" del Sindacato che ne snaturerebbe il ruolo sino ad oggi riconosciutogli. Sarebbe un Sindacato senza dubbio ricco, ma burocratizzato e soprattutto… inoffensivo. E’ questa un’idea molto scaltra, in quanto senza tuffarsi nella difficile impresa di eliminare il Sindacato dal nostro Paese, evidentemente si cerca di trasformarlo in qualcosa di diverso, di farne un patronato, un Sindacato di servizi, in sostanza di addomesticarlo in cambio della fine di una vita di stenti. Questa potrebbe rivelarsi una grande tentazione. Non lo è e non lo sarà per la CGIL. Non è questa la nostra idea di Sindacato.

E’ la straordinaria importanza della posta in gioco per i lavoratori e per milioni di cittadini che ha spinto la CGIL a proseguire anche da sola sulla strada della vertenzialità e sia ben chiaro, non contro il Governo (non è compito del Sindacato), ma è contro precisi elementi della politica di questo Governo che intendiamo opporci.

Una prima fase prevede una serie di agitazioni a carattere regionale, una successiva a livello di categorie sino ad un eventuale sciopero generale in autunno. Non verranno ovviamente tralasciate le iniziative referendarie ed i ricorsi alla Corte Costituzionale qualora si ravvisino dubbi di incostituzionalità delle Leggi eventualmente approvate.

I primi scioperi già svoltisi in Lombardia, Campania, Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Basilicata ci danno una grande, grandissima speranza: le percentuali di adesione sono in molti casi addirittura superiori a quelle del 16 aprile. Non solo, è stato per noi di grande conforto vedere le bandiere ed i lavoratori di CISL e UIL ancora accomunati alla CGIL nella protesta. In alcuni casi, infatti, le rappresentanze di base di CISL e UIL hanno proclamato gli scioperi con la CGIL, in molti altri c’è stata l’adesione spontanea di molti lavoratori iscritti a queste organizzazioni ed ai sindacati autonomi. Purtroppo, ma c’era da aspettarselo, i mezzi d’informazione hanno dato rilievo molto scarso agli eventi.

Apprezziamo inoltre coloro che, tra i rappresentanti sindacali delle altre organizzazioni del Sanpaolo Imi della Puglia, hanno già espresso con grande coerenza l’adesione al prossimo sciopero del 5 luglio. Anche questo è per noi un dato molto importante perché riteniamo che l’unità sindacale sia un valore grandissimo che nasce non come accordo di vertice, ma dal basso, dai lavoratori, dalle rappresentanze sindacali di base con la coerenza nelle lotte e sui contenuti. Il segnale inviato ai vertici sindacali è inequivocabile: non c’è spaccatura tra i lavoratori, e se il Sindacato si fregia di esserne la loro espressione non può a sua volta essere diviso. Pur nella gravità della situazione, sarà preciso dovere ricercare la ricomposizione delle fratture.

Vogliamo chiudere questa nostra lettera aperta con le parole di un anonimo poeta indiano prese in prestito da Sergio Cofferati in chiusura del suo discorso alla manifestazione del 23 marzo: "Il corpo del povero cadrebbe subito in pezzi se non fosse legato ben stretto dal filo dei sogni".

Un caro saluto a tutti.

Bari, 1/7/2002